Gianfranco Pancino attraversa tre vite che, nel suo racconto, diventano un’unica traiettoria: la militanza politica negli anni delle lotte operaie e dell’Autonomia, l’esilio — vissuto come frattura dolorosa ma anche come apertura a culture e sguardi altri — e infine la ricerca scientifica, fino all’ingresso negli studi sull’HIV/AIDS e alle questioni della salute globale. Un percorso segnato da una domanda costante di giustizia e da un amore ostinato per la conoscenza, che torna anche nelle riflessioni sulla non neutralità della scienza, sui limiti della “medicina democratica” emersi durante la pandemia e sulla necessità di radicare nel territorio nuove pratiche di conflitto e cura, come gli ambulatori popolari.
Al centro dell’intervista c’è il suo libro Ricordi a piede libero. L’Autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV (Mimesis), un’autobiografia personale e politica che ricostruisce il clima, le passioni e le contraddizioni di una stagione capace di lasciare semi ancora vivi, pur in una società profondamente cambiata. Il volume verrà presentato giovedì 26 febbraio alle ore 17.30 presso il Ristorante Etico Strada Facendo, Padova (via Chiesanuova 134). L’intervista è stata organizzata e curata da OpenMemory – Centro Studi e Documentazione Sherwood.
Maurizio Galeazzo
Nel leggere il tuo libro, che potremmo definire un’autobiografia personale, politica e forse anche collettiva, si possono individuare tre periodi narrativi distinti. Il primo è quello della militanza politica, in cui emerge con forza la dimensione politico-collettiva. Il secondo è quello dell’esilio, in cui viene messa in primo piano la dimensione familiare e la scoperta che possono esistere altri modi di vivere. Il terzo è quello della ricerca scientifica, in cui si evidenzia la dimensione più personale, fatta di determinazione e passione per la ricerca e per la scoperta. In questo percorso si può rintracciare il filo conduttore che attraversa l’intera narrazione?
Gianfranco Pancino
Il filo conduttore di tutto il mio percorso è stato la sete di giustizia e l’amore per la conoscenza, che mi hanno animato fin da quando, da studente a Padova, ho partecipato alle prime manifestazioni studentesche contro la legge Gui. In seguito, l’impegno nelle lotte operaie a Porto Marghera, a fianco degli operai, mi ha insegnato concretamente come funziona una fabbrica e come si costruisce una lotta rivendicativa.
Con l’arrivo a Milano e lo sviluppo del movimento dell’autonomia, questa coscienza si è ulteriormente rafforzata: è maturata la consapevolezza che fosse possibile — e necessario — cambiare le cose, trasformare la società così com’era. Quel movimento non cercava solo di incidere sulle strutture sociali, ma anche di cambiare la vita quotidiana delle persone, sperimentando nuove forme di vita collettiva e modificando profondamente il modo di vedere se stessi e il mondo.
È stato questo slancio a guidare tutte le mie attività e la mia militanza politica, e a sostenermi anche nelle vite successive. L’esilio ha rappresentato una frattura molto dolorosa, ma è stato anche un’esperienza che ha saputo offrirmi un lato positivo: l’uscita dalla mia visione del mondo — per quanto collettiva e politica — per incontrare altre culture, altri modi di pensare, e aprirmi davvero al mondo.
Ho compreso così che non siamo soli e, soprattutto, che l’Europa non è il centro del mondo. Infine, nella terza fase della mia vita, ho ripreso quel filo conduttore fatto di ricerca del cambiamento, giustizia sociale e conoscenza, intraprendendo la strada della ricerca scientifica. È stato un percorso estremamente difficile, ma sono riuscito a entrare nella ricerca sull’AIDS: un ambito profondamente impegnato, che mi ha permesso di confrontarmi con le problematiche di quello che allora veniva definito il “terzo mondo” e con le grandi questioni della salute globale.
Maurizio Galeazzo
In questi tre periodi, quale è stato il motore di questa ricerca quasi incessante, fatta di operosità continua e della capacità di non lasciarsi andare, di andare avanti riuscendo — come si suol dire — a fare la minestra con ciò che si aveva a disposizione in ogni momento?
Gianfranco Pancino
Ho imparato che per affrontare la vita servono diversi ingredienti. Il primo è la determinazione: bisogna capire cosa si vuole, fissarsi un obiettivo e decidere davvero di raggiungerlo.
Il secondo è la fiducia: fiducia in sé stessi e fiducia negli altri. Questo mi ha permesso di vivere sempre in modo collettivo, di appoggiarmi alle persone che avevo intorno, a partire dalla mia famiglia. Loredana — prima compagna e poi moglie — è stata di un’importanza eccezionale, soprattutto negli anni in Francia, per permettermi di ricostruire una vita, dei legami e una comunità di compagni. Sentire che gli altri credono in te è fondamentale: per questo la fiducia in sé stessi, negli altri e nel collettivo è stata per me decisiva.
E poi c’è la fortuna, perché nella vita serve anche quella. Devo dire di essere stato fortunato: non sono stato arrestato in Italia quando mi cercavano e non mi hanno trovato, non sono stato estradato e, infine, sono riuscito a “far passare il cammello nella cruna dell’ago”, entrando nella ricerca scientifica in Francia. E ce l’ho fatta.
Maurizio Galeazzo
Nel tuo libro affermi che, negli anni Settanta, non si è riusciti a superare la forma partito come principale strumento di organizzazione dei movimenti. Alla luce del dibattito attuale, qual è il tuo pensiero sulle nuove forme organizzative, che cercano di andare oltre la dicotomia tra orizzontalità e verticalità?
Gianfranco Pancino
Credo che una delle principali autocritiche di quel periodo sia proprio questa: non siamo riusciti a individuare quale potesse essere il passaggio successivo alla forma partito, che fino ad allora era stata determinante, almeno nelle democrazie occidentali. Nel momento in cui la forma partito iniziava a svuotarsi dei propri contenuti e la politica assumeva una crescente autonomia rispetto all’elettorato, mentre noi proponevamo altre forme di rappresentanza, non siamo stati capaci di definire un’organizzazione in grado di porre le basi di una nuova forma di rappresentanza.
In realtà, negli anni Settanta, ciò che cercavamo di fare era sviluppare forme di democrazia diretta in tutti i luoghi della vita sociale: nelle fabbriche, nelle scuole, e persino nei rapporti personali. Non esistevano leader eletti; esistevano piuttosto dei quadri, dei leader se vogliamo chiamarli così, la cui capacità di direzione derivava dai loro valori personali — intelligenza, coraggio, capacità di rappresentare gli altri — e non da una investitura formale.
L’autonomia, però, è rimasta essenzialmente un coordinamento di situazioni molto diverse tra loro, che non hanno mai trovato forme di centralizzazione capaci di andare oltre il semplice coordinamento e l’organizzazione delle iniziative di lotta.
Abbiamo infiammato la prateria, abbiamo infiammato il Paese, ma senza riuscire a costruire, mattone dopo mattone, una nuova forma organizzativa.
Parlavamo di contropotere, sì, ma per noi il contropotere era soprattutto la difesa delle conquiste ottenute nei singoli luoghi: non molto di più. Non siamo riusciti a inventare né una nuova società né una nuova organizzazione.
Alla fine, come ricordo anche nel libro, alcuni arrivarono persino a riproporre la necessità di una forma partito, più o meno di tipo leninista: un evidente fallimento. Da allora, questa discussione è proseguita per cinquant’anni senza giungere a una soluzione definitiva.
Ogni volta che un movimento tenta di darsi strutture solide, emergono le stesse difficoltà. Penso, per esempio, a Podemos: nasce da un movimento spontaneo e autonomo e cerca di trasformarsi in una forza di rappresentanza capace di confrontarsi con l’intera società e con il potere. Costruisce un partito che, inizialmente, si sviluppa dalla base verso il centro. Ma nel suo sviluppo viene progressivamente assorbito dalle regole della democrazia esistente, perde il legame con la base e finisce per perdere anche capacità contrattuale. Credo che questo sia uno degli esempi migliori per spiegare le difficoltà attuali.
Esistono molti movimenti, soprattutto in Francia. Il movimento dei gilets jaunes, per esempio, è stato un’esperienza importantissima, che ha persino messo in pericolo le istituzioni, tanto da essere represso in modo assolutamente feroce. Anche lì sono emerse con forza richieste di democrazia diretta.
I movimenti continuano a nascere e a scomparire, e continueranno a farlo finché non verrà risolto questo iato tra la necessità del conflitto e l’organizzazione del conflitto. Non posso darti una risposta definitiva: se l’avessi, avrei già scritto il nuovo libro teorico, Il che fare dell’epoca attuale. Posso però dirti che i tentativi continuano anche oggi.
Personalmente sono impegnato nella costruzione di un coordinamento nazionale degli ambulatori popolari: ero a Bologna l’altro giorno, e il lavoro prosegue. C’è questo tentativo di costruire e solidificare radici nel territorio, e questo mi sembra fondamentale. In questo senso, i collettivi politici veneti erano riusciti meglio di altre esperienze dell’autonomia: avevano saputo costruire basi reali nel territorio.
Oggi si tratta di fare qualcosa di simile: formare un nuovo soggetto politico all’interno di una società profondamente frammentata dalla nuova divisione del lavoro, coordinando queste realtà a partire da obiettivi comuni. Non so se ci riusciremo, ma questa è la strada. La forma resta quella della democrazia diretta; ciò che ancora manca è capire come questa democrazia diretta possa tradursi in forme di centralizzazione, e quindi in una reale capacità di forza e di contrattazione.
Maurizio Galeazzo
Nel libro parli anche dell’uso della violenza all’interno delle lotte sociali. Puoi sviluppare questo tuo pensiero anche alla luce dei fatti più recenti, pensando per esempio a quanto accaduto a Torino il 31 gennaio?
Gianfranco Pancino
Ho sempre inteso l’uso della violenza come uno strumento. Il discorso sulla violenza non può essere isolato nei termini semplicistici di “violenza sì” o “violenza no”, anche perché viviamo all’interno di un sistema profondamente violento. La violenza attraversa tutti i rapporti sociali: non riguarda solo il rapporto tra Stato e individuo, la coercizione o la polizia, ma anche i rapporti di lavoro, quelli di studio, persino quelli familiari. Le femministe ce lo hanno insegnato chiaramente: viviamo in una società in cui la violenza è quotidiana.
Questa violenza, però, è in larga parte monopolio dello Stato ed è strutturale al nostro modello sociale.
Per questo parlare di violenza in astratto non ha senso. Ha invece senso interrogarsi sul perché e sul quando la violenza possa essere utile. A mio parere, il discorso va circoscritto alla sua necessità, al contesto storico e anche all’occasione concreta.
La violenza è utile quando permette di raggiungere degli obiettivi, quando consente di rimuovere ostacoli reali rispetto a un obiettivo praticabile.
Un esempio che cito spesso, e che trovo molto efficace, è quello degli operai dell’Alfa Romeo che smontavano i binari per impedire l’uscita dei treni carichi di merci. Perché farlo? Perché i picchetti non reggevano più, venivano sfondati, e si trovò quindi una forma di sabotaggio efficace. Un altro esempio, sempre a Milano, riguarda un ciclo di lotte in cui l’autonomia operaia e gli operai dell’Alfa Romeo si trovarono non solo di fronte la polizia, ma anche i quadri del PCI. In quel momento caddero due tralicci, venne tolta la corrente e la fabbrica si fermò. Questa è violenza “utile”, perché permette di raggiungere un obiettivo concreto. Non a caso, dopo lo sbullonamento dei binari, la vertenza si concluse con una vittoria operaia.
Ciò su cui, già all’epoca dell’autonomia, non eravamo d’accordo era invece la violenza ideologica, come quella dell’“attacco al cuore dello Stato” praticato dalle Brigate Rosse. A nostro avviso si trattava di un errore gravissimo. Un simbolo può essere abbattuto, ma viene ricostruito. Una persona può essere uccisa — salvo forse casi eccezionali come Hitler — ma viene sostituita. Colpire figure di mediazione per acuire lo scontro, come nel caso dell’uccisione del giudice Alessandrini, è stato, a mio parere, un errore storico enorme.
Esistono poi le esplosioni di violenza, più o meno organizzate, che vanno comunque valutate caso per caso. Nel caso dei gilets jaunes in Francia, ad esempio, si è trattato di una violenza di massa, condivisa dall’insieme del movimento, e in questo senso legittimata e comprensibile.
A Torino, invece, non credo sia stato così. Lì si sono riproposti vecchi schemi che continuano a riemergere. A mio avviso, a Torino c’era stata una vittoria enorme del movimento che sta nascendo in Italia: sono state portate in piazza decine di migliaia di persone — venti, trenta, quarantamila — attorno a obiettivi giusti e concreti. In quel contesto, era davvero il caso di creare una situazione di scontro, offrendo ancora una volta armi al governo e alle destre per accelerare l’approvazione del decreto sicurezza? Io credo di no.
Giuseppe Cutrì
Nel libro affronti anche il tema della neutralità della scienza. Hai raccontato che, una volta uscito dall’università, avevi un forte desiderio di fare ricerca e che poi sei riuscito a realizzarlo. Tuttavia, essendo sempre stato un combattente sociale e politico, avevi certamente già chiara la consapevolezza della non neutralità della scienza. Come hai vissuto, quindi, l’ingresso nel mondo della ricerca? Anche quando le finalità possono apparire condivisibili, sappiamo bene che i finanziamenti e gli indirizzi della ricerca sono spesso determinati da poteri che non sono certo guidati dai ricercatori. Come hai attraversato questa contraddizione?
Gianfranco Pancino
In realtà questa consapevolezza l’ho maturata soprattutto attraverso il lavoro collettivo. Nel 1969 avevamo formato il Comitato di base di Medicina, composto da studenti di medicina. Eravamo in contatto con alcuni medici-docenti dell’Istituto di Medicina del Lavoro, che ci misero al corrente — e con i quali discutemmo a lungo — di una convenzione esistente tra la Montedison, il petrolchimico di Porto Marghera, e lo stesso Istituto di Medicina del Lavoro, che forniva medici all’azienda per indagare sulle condizioni di lavoro.
Era chiaramente una situazione abnorme: un istituto pubblico che si metteva al servizio di un’iniziativa privata, per di più proprio mentre stavano nascendo le lotte contro la nocività nei luoghi di lavoro. Insieme producemmo un libretto, che chiamammo Il libretto verde, che fu probabilmente uno dei primi documenti, almeno dal basso, a denunciare apertamente il mito della neutralità della scienza. E devo dire che ebbe un certo successo: il primo risultato concreto fu la rottura della convenzione con la Montedison. Questo ebbe un ruolo importante anche nello sviluppo delle lotte al petrolchimico contro la nocività.
Come vedi, quindi, non si è trattato di una presa di coscienza puramente intellettuale: sono letteralmente entrato dentro quella contraddizione, nella sua forma più evidente.
Naturalmente, questa contraddizione ha orizzonti molto più ampi, soprattutto quando si guarda alle scelte strategiche della scienza. Penso, per esempio, alla medicina: le malattie che non riguardano direttamente i Paesi occidentali vengono sistematicamente trascurate rispetto ad altre. Oppure alla tendenza, affermatasi con forza negli ultimi vent’anni, a limitare la ricerca fondamentale a favore dello sviluppo tecnologico. È una dinamica molto significativa, che rende ancora più evidente il problema della neutralità della scienza, perché le scelte tecnologiche sono strettamente legate allo sviluppo del capitale.
Infine, credo che oggi siamo di fronte a un ulteriore cambiamento. Ho scritto recentemente un articolo su Ahida intitolato Politica contro scienza. Con il ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, a mio parere, il capitale ha assunto direttamente la direzione politica. Una delle conseguenze è un attacco esplicito al sapere: la tecnologia viene utilizzata — e infatti le big tech appoggiano apertamente Trump — ma la conoscenza viene colpita. L’università, il sapere critico, vengono attaccati frontalmente.
Credo che questa rappresenti una fase nuova, diversa, che va oltre il dibattito sulla neutralità della scienza: qui siamo di fronte a un vero e proprio attacco alla conoscenza.
Giuseppe Cutrì
Una curiosità: sono andato a guardare nell’archivio del Senato e ho trovato del materiale che ti riguarda, di cui hai già parlato anche in altre interviste: accuse come quella di essere un partecipante alle BR, e cose simili. Quello che mi chiedo è questo: quando ci si mette “in guerra”, diciamo, con una controparte come il capitale, e si arriva a fare non solo azioni contro le cose, ma anche contro le persone, non ci si aspetta che a un certo punto non ci siano più regole, che il garantismo salti? Forse uno dei nostri errori è stato aspettarci un certo garantismo dalle leggi, che poi è stato evidentemente spazzato via. All’epoca ci si pensava a queste cose, oppure no?
Gianfranco Pancino
Hai ragione. Uno degli elementi di autocritica è sicuramente quello di avere sottovalutato la potenza dello Stato. Da una parte vedevamo la debolezza delle istituzioni italiane — che non sono certo lo Stato francese — e questo ci ha portato a credere di poter costruire un progetto rivoluzionario, di poter gettare le basi di quello che allora chiamavamo “contropotere”, non dico impunemente, ma comunque con margini più ampi di quanto poi si sia rivelato possibile.
La storia ci ha insegnato una cosa fondamentale: le frontiere della legalità si spostano in funzione dei rapporti di forza e dei rapporti di potere.
Noi pensavamo che, attraverso la nostra forza e soprattutto attraverso una forza di massa che stava diventando enorme — con centinaia di migliaia di persone in piazza — saremmo riusciti a spostare quei rapporti a nostro favore, e quindi a rendere possibile la costruzione di un’organizzazione e di un progetto rivoluzionario. Una costruzione che, peraltro, non siamo riusciti davvero a fare.
In realtà ci siamo sbagliati. L’Italia era — ed è — un punto strategico di primissima importanza per il capitale e per gli Stati Uniti. Era evidente, quindi, che non avrebbero mai potuto permettere che un’iniziativa di quel tipo prendesse corpo. Di conseguenza siamo stati, nei fatti, schiacciati anche militarmente.
Rispetto al tema degli attentati contro le persone, va fatta una precisazione: quello che dici ci riguarda solo parzialmente. Nel senso che, almeno nella gran parte dell’esperienza dell’autonomia, l’omicidio politico veniva rifiutato.
Aggiungo poi una cosa, molto rapidamente, perché mi viene spontaneo collegarla a ciò che sta succedendo negli ultimi 12-24 mesi: l’intelligenza artificiale. Io penso che condizionerà in modo esponenziale — e con una velocità enorme — tutto ciò che riguarda il controllo sociale e la concentrazione del potere. E ho l’impressione che ci sia ancora una carenza di analisi su “che fare”.
Noi abbiamo parlato di un’epoca in cui esisteva davvero la possibilità di una rivoluzione, e in cui forse lo Stato non aveva ancora strumenti pienamente adeguati per bloccare immediatamente i movimenti. Ma oggi?
Una volta mi hanno chiesto: “Secondo te l’intelligenza artificiale si può sviluppare? Come si svilupperà?”. Io ho risposto: l’intelligenza artificiale è. C’è, ed è il futuro. Quindi bisogna capire come porsi di fronte a questa realtà, soprattutto perché oggi è nelle mani di una minoranza piccolissima che la dirige.
Il problema è gravissimo. La speranza che molti di noi avevano all’inizio, quando si è sviluppato il web, era che potesse servire alla diffusione della conoscenza, alla circolazione delle idee, alla discussione. In realtà, quello che è successo è che si è imposto un modello diverso: commercializzazione, produzione e imposizione di “verità” politiche, controllo. E l’intelligenza artificiale renderà tutto questo ancora più potente: lo porterà avanti in modo esponenziale, esponenziale.
Per questo credo che la riflessione debba essere molto più profonda: capire se e come sia possibile contrapporsi a questa tendenza; per esempio, se può nascere una forma di movimento “hacker” capace di intervenire, modificare, rompere questi dispositivi.
Vi invito, tra l’altro, a leggere un saggio molto bello di Giorgio Griziotti che abbiamo pubblicato recentemente su Ahida: secondo me offre davvero una serie di indicazioni importanti.
Antonio Pio Lancellotti
Negli ultimi anni sono usciti moltissimi libri sugli anni Sessanta e Settanta e, a mio avviso, questo risponde anche a un’esigenza della produzione intellettuale contemporanea di tornare a riflettere su quella fase storica. Tra questi mi ha colpito in particolare il libro di Hardt, I settanta sovversivi, perché, rispetto ad altri, legge quella stagione all’interno di un periodo lungo. Parla di una frattura e insiste molto sul fatto che, a partire dagli anni Settanta, si formi una specifica soggettività sovversiva che poi riesce, pur in forme diverse, a mantenersi nel tempo e nello spazio. Alla luce di quanto dicevi prima, soprattutto rispetto alle forme organizzative, quali sono secondo te gli elementi di continuità e quali invece le rotture che si producono dagli anni Ottanta in poi?
Gianfranco Pancino
Hai perfettamente ragione: bisogna ragionare sui periodi lunghi. In una mia poesia ho scritto che è solo la storia che permette davvero di interpretare e comprendere l’individuo; purtroppo, la vita dell’individuo è troppo breve per riuscirci pienamente.
A mio parere, sì, c’è stata una cesura. Una cesura che non coincide soltanto con quella che definirei la nostra sconfitta militare — uso volutamente questo termine perché non credo sia stata una sconfitta delle nostre idee. Non si tratta solo del 1979, con la repressione globale e la cancellazione dell’autonomia operaia, che ha prodotto migliaia di arresti, persone uccise ed esiliate.
C’è stata successivamente una ripresa con il movimento altermondialista, che però è stato a sua volta represso in modo feroce nel 2001 a Genova. Da lì, secondo me, si è aperta una vera e propria cesura. Una cesura che non è stata colmata dall’esperienza dei centri sociali: esperienze senza dubbio diffuse e importanti, ma che, a mio avviso, non hanno inciso in modo significativo sulla situazione complessiva.
Quella cesura, in realtà, è stata riempita da altro: dal berlusconismo, cioè da un processo di appiattimento e di cancellazione della nostra storia. Come dicevi tu, da almeno dieci anni — probabilmente anche di più — stanno però uscendo molti libri che cercano di ricostruire quella stagione. Molti lo fanno in chiave storica; io, nel mio libro, ho cercato invece di ricostruire anche il clima, l’entusiasmo, le passioni che ci animavano.
Quello che sto notando, anche nel corso delle presentazioni del libro, è che le idee non sono state sconfitte. Abbiamo gettato dei semi che oggi stanno germogliando in moltissimi contesti. Penso, per esempio, alle idee sulla democrazia diretta; penso ai rapporti sociali; penso al femminismo, che non solo non è morto, ma continua a vivere e ad assumere nuove forme e nuove dimensioni.
Questi semi, dunque, stanno tornando a germogliare. Ritrovo molte delle nostre idee che riprendono vita.
Ciò che invece non può tornare è la riproduzione delle nostre esperienze così come sono state. Qui è necessario inventare altro: altre forme di lotta, altre forme di rappresentanza, perché la società è cambiata radicalmente. In questo senso, io dico che il filo si è spezzato.
Una volta, in una presentazione, ho parlato di “acque carsiche”: un corso che è sceso in profondità e che oggi sta lentamente riemergendo. Ma questo filo che riemerge è soprattutto un filo di idee. Sul piano dell’organizzazione, invece, occorre inventare tutto da capo: nuove forme organizzative, nuove pratiche di lotta. Su questo terreno, nulla può essere semplicemente ripreso; tutto deve essere ripensato e costruito di nuovo.
Antonio Pio Lancellotti
Vorrei tornare sulla questione della neutralità della scienza e, in particolare, sull’idea di scienza democratica, e ancora più nello specifico sull’idea di medicina democratica. È un concetto nobile, che viene da lontano, ma che dopo la frattura del Covid ha assunto una valenza politica nuova. Su questo mi piacerebbe soffermarmi e sviluppare meglio il discorso.
Gianfranco Pancino
Sì, i limiti della medicina democratica, come dici tu, si sono visti chiaramente durante la pandemia. In quel contesto sono emersi con forza i suoi aspetti repressivi e, di fatto, l’epidemia è stata anche un laboratorio per il potere, un’occasione per sperimentare nuove forme di coercizione.
Anche se io ero favorevole al vaccino — anzi, lavoravo direttamente in quell’ambito, quindi mi sarebbe stato difficile essere contrario — e dunque non mi riconoscevo affatto nelle posizioni no vax, è evidente che il potere abbia utilizzato la pandemia per osservare come funziona una situazione di emergenza. È stato introdotto e normalizzato il concetto stesso di emergenza come forma di governo della società, facendolo passare come inevitabile e necessario.
In questo senso, la pandemia ha messo in luce i limiti della medicina democratica intesa come movimento che cerca di contrattare con le istituzioni per migliorare le condizioni della sanità e della salute. Quando il rapporto resta solo su questo piano, il rischio è che la logica dell’emergenza e del controllo prevalga completamente.
Proprio per questo trovo estremamente importante — ed è il motivo per cui me ne occupo molto da circa un anno — l’esperienza degli ambulatori popolari gratuiti. Gli ambulatori popolari riportano la salute dentro le contraddizioni sociali, dentro le condizioni materiali della vita delle persone. Cercano di costruire consenso politico e organizzazione politica a partire dai bisogni reali, e soprattutto ricompongono il terreno della lotta per la salute con quello del salario, della casa, delle condizioni di vita complessive.
Oggi queste esperienze sono ancora piccole, marginali, apparentemente di scarsa importanza. Ma è da lì, a mio avviso, che bisogna ripartire per reimpostare il discorso. La contrattazione con il Servizio Sanitario Nazionale non può essere solo una richiesta tecnica o riformista: deve diventare un conflitto, una capacità di riportare la necessità della salute dalla base verso le istituzioni, in termini apertamente conflittuali. Solo così la salute può tornare a essere un terreno politico centrale, e non semplicemente una funzione amministrata dall’alto.
