{"id":1597,"date":"2026-02-20T15:54:54","date_gmt":"2026-02-20T15:54:54","guid":{"rendered":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/?p=1597"},"modified":"2026-03-26T15:25:49","modified_gmt":"2026-03-26T15:25:49","slug":"gianfranco-pancino-racconta-ricordi-a-piede-libero-lautonomia-operaia-lesilio-gli-studi-sullhiv-militanza-fratture-e-ritorni-tra-organizzazione-dei-movimenti-conf","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/gianfranco-pancino-racconta-ricordi-a-piede-libero-lautonomia-operaia-lesilio-gli-studi-sullhiv-militanza-fratture-e-ritorni-tra-organizzazione-dei-movimenti-conf\/","title":{"rendered":"Gianfranco Pancino racconta &#8220;Ricordi a piede libero. L\u2019Autonomia operaia, l\u2019esilio, gli studi sull\u2019HIV&#8221;: militanza, fratture e ritorni, tra organizzazione dei movimenti, conflitto sociale e scienza non neutrale"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-audio\"><audio controls src=\"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-content\/uploads\/2026\/02\/Intervista-Gianfranco-Pancino.mp3\" preload=\"auto\"><\/audio><figcaption class=\"wp-element-caption\">Ascolta l&#8217;intervista<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><strong>Gianfranco Pancino<\/strong>\u00a0attraversa tre vite che, nel suo racconto, diventano un\u2019unica traiettoria: la\u00a0<strong>militanza politica<\/strong>\u00a0negli anni delle lotte operaie e dell\u2019Autonomia, l\u2019<strong>esilio<\/strong>\u00a0\u2014 vissuto come frattura dolorosa ma anche come apertura a culture e sguardi altri \u2014 e infine la\u00a0<strong>ricerca scientifica<\/strong>, fino all\u2019ingresso negli studi sull\u2019HIV\/AIDS e alle questioni della salute globale. Un percorso segnato da una domanda costante di giustizia e da un amore ostinato per la conoscenza, che torna anche nelle riflessioni sulla non neutralit\u00e0 della scienza, sui limiti della \u201cmedicina democratica\u201d emersi durante la pandemia e sulla necessit\u00e0 di radicare nel territorio nuove pratiche di conflitto e cura, come gli ambulatori popolari.<\/p>\n<p>Al centro dell\u2019<strong>intervista<\/strong>\u00a0c\u2019\u00e8 il suo libro\u00a0<i>Ricordi a piede libero. L\u2019Autonomia operaia, l\u2019esilio, gli studi sull\u2019HIV<\/i>\u00a0(Mimesis), un\u2019autobiografia personale e politica che ricostruisce il clima, le passioni e le contraddizioni di una stagione capace di lasciare semi ancora vivi, pur in una societ\u00e0 profondamente cambiata. Il volume verr\u00e0 presentato gioved\u00ec 26 febbraio alle ore 17.30 presso il Ristorante Etico Strada Facendo, Padova (via Chiesanuova 134). L\u2019intervista \u00e8 stata organizzata e curata da\u00a0<strong>OpenMemory \u2013 Centro Studi e Documentazione Sherwood<\/strong>.<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\"><strong>Maurizio Galeazzo<\/strong><\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Nel leggere il tuo libro, che potremmo definire un\u2019autobiografia personale, politica e forse anche collettiva, si possono individuare\u00a0<strong>tre periodi narrativi<\/strong>\u00a0distinti. Il primo \u00e8 quello della militanza politica, in cui emerge con forza la dimensione politico-collettiva. Il secondo \u00e8 quello dell\u2019esilio, in cui viene messa in primo piano la dimensione familiare e la scoperta che possono esistere altri modi di vivere. Il terzo \u00e8 quello della ricerca scientifica, in cui si evidenzia la dimensione pi\u00f9 personale, fatta di determinazione e passione per la ricerca e per la scoperta. In questo percorso si pu\u00f2 rintracciare il\u00a0<strong>filo conduttore<\/strong>\u00a0che attraversa l\u2019intera narrazione?<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Gianfranco Pancino<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Il filo conduttore di tutto il mio percorso \u00e8 stato la\u00a0<strong>sete di giustizia e l\u2019amore per la conoscenza<\/strong>, che mi hanno animato fin da quando, da studente a\u00a0<strong>Padova<\/strong>, ho partecipato alle prime manifestazioni studentesche contro la legge Gui. In seguito, l\u2019impegno nelle lotte operaie a\u00a0<strong>Porto Marghera<\/strong>, a fianco degli operai, mi ha insegnato concretamente come funziona una fabbrica e come si costruisce una lotta rivendicativa.<\/p>\n<p>Con l\u2019<strong>arrivo a Milano<\/strong>\u00a0e lo sviluppo del movimento dell\u2019<strong>autonomia<\/strong>, questa coscienza si \u00e8 ulteriormente rafforzata: \u00e8 maturata la consapevolezza che fosse possibile \u2014 e necessario \u2014 cambiare le cose, trasformare la societ\u00e0 cos\u00ec com\u2019era. Quel movimento non cercava solo di incidere sulle strutture sociali, ma anche di\u00a0<strong>cambiare la vita quotidiana delle persone<\/strong>, sperimentando nuove forme di vita collettiva e modificando profondamente il modo di vedere se stessi e il mondo.<\/p>\n<p>\u00c8 stato questo slancio a guidare tutte le mie attivit\u00e0 e la mia militanza politica, e a sostenermi anche nelle vite successive. L\u2019<strong>esilio\u00a0<\/strong>ha rappresentato una\u00a0<strong>frattura molto dolorosa<\/strong>, ma \u00e8 stato anche un\u2019esperienza che ha saputo offrirmi un\u00a0<strong>lato positivo<\/strong>: l\u2019uscita dalla mia visione del mondo \u2014 per quanto collettiva e politica \u2014 per incontrare altre culture, altri modi di pensare, e aprirmi davvero al mondo.\u00a0<\/p>\n<p>Ho compreso cos\u00ec che non siamo soli e, soprattutto, che l\u2019<strong>Europa non \u00e8 il centro del mondo<\/strong>. Infine, nella terza fase della mia vita, ho ripreso quel filo conduttore fatto di ricerca del cambiamento, giustizia sociale e conoscenza, intraprendendo la strada della ricerca scientifica. \u00c8 stato un percorso estremamente difficile, ma sono riuscito a entrare nella\u00a0<strong>ricerca sull\u2019AIDS<\/strong>: un ambito profondamente impegnato, che mi ha permesso di confrontarmi con le problematiche di quello che allora veniva definito il \u201cterzo mondo\u201d e con le grandi questioni della salute globale.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Maurizio Galeazzo<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">In questi tre periodi, quale \u00e8 stato il motore di questa ricerca quasi incessante, fatta di operosit\u00e0 continua e della capacit\u00e0 di non lasciarsi andare, di andare avanti riuscendo \u2014 come si suol dire \u2014 a fare la minestra con ci\u00f2 che si aveva a disposizione in ogni momento?<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Gianfranco Pancino<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Ho imparato che per affrontare la vita servono diversi ingredienti. Il primo \u00e8 la\u00a0<strong>determinazione<\/strong>: bisogna capire cosa si vuole, fissarsi un obiettivo e decidere davvero di raggiungerlo.<\/p>\n<p>Il secondo \u00e8 la\u00a0<strong>fiducia<\/strong>: fiducia in s\u00e9 stessi e fiducia negli altri. Questo mi ha permesso di vivere sempre in modo collettivo, di appoggiarmi alle persone che avevo intorno, a partire dalla mia famiglia. Loredana \u2014 prima compagna e poi moglie \u2014 \u00e8 stata di un\u2019importanza eccezionale, soprattutto negli anni in Francia, per permettermi di ricostruire una vita, dei legami e una comunit\u00e0 di compagni. Sentire che gli altri credono in te \u00e8 fondamentale: per questo la fiducia in s\u00e9 stessi, negli altri e nel collettivo \u00e8 stata per me decisiva.<\/p>\n<p>E poi c\u2019\u00e8 la\u00a0<strong>fortuna<\/strong>, perch\u00e9 nella vita serve anche quella. Devo dire di essere stato fortunato: non sono stato arrestato in Italia quando mi cercavano e non mi hanno trovato, non sono stato estradato e, infine, sono riuscito a \u201cfar passare il cammello nella cruna dell\u2019ago\u201d, entrando nella ricerca scientifica in Francia. E ce l\u2019ho fatta.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Maurizio Galeazzo<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Nel tuo libro affermi che, negli anni Settanta, non si \u00e8 riusciti a\u00a0<strong>superare la forma partito<\/strong>\u00a0come principale strumento di organizzazione dei movimenti. Alla luce del dibattito attuale, qual \u00e8 il tuo pensiero sulle nuove forme organizzative, che cercano di andare oltre la dicotomia tra orizzontalit\u00e0 e verticalit\u00e0?<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Gianfranco Pancino<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Credo che una delle principali autocritiche di quel periodo sia proprio questa: non siamo riusciti a individuare quale potesse essere il\u00a0<strong>passaggio successivo alla forma partito<\/strong>, che fino ad allora era stata determinante, almeno nelle democrazie occidentali. Nel momento in cui la forma partito iniziava a svuotarsi dei propri contenuti e la politica assumeva una crescente autonomia rispetto all\u2019elettorato, mentre noi proponevamo altre forme di rappresentanza, non siamo stati capaci di definire un\u2019organizzazione in grado di porre le basi di una nuova forma di rappresentanza.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, negli anni Settanta, ci\u00f2 che cercavamo di fare era sviluppare\u00a0<strong>forme di democrazia diretta in tutti i luoghi della vita sociale<\/strong>: nelle fabbriche, nelle scuole, e persino nei rapporti personali. Non esistevano leader eletti; esistevano piuttosto dei quadri, dei leader se vogliamo chiamarli cos\u00ec, la cui capacit\u00e0 di direzione derivava dai loro valori personali \u2014 intelligenza, coraggio, capacit\u00e0 di rappresentare gli altri \u2014 e non da una investitura formale.<\/p>\n<p>L\u2019autonomia, per\u00f2, \u00e8 rimasta essenzialmente un coordinamento di situazioni molto diverse tra loro, che non hanno mai trovato forme di centralizzazione capaci di andare oltre il semplice coordinamento e l\u2019organizzazione delle iniziative di lotta.\u00a0<\/p>\n<h5><span style=\"color: #800080;\">Abbiamo infiammato la prateria, abbiamo infiammato il Paese, ma senza riuscire a costruire, mattone dopo mattone, una nuova forma organizzativa.<\/span><\/h5>\n<p>Parlavamo di contropotere, s\u00ec, ma per noi il contropotere era soprattutto la\u00a0<strong>difesa delle conquiste<\/strong>\u00a0ottenute nei singoli luoghi: non molto di pi\u00f9. Non siamo riusciti a inventare n\u00e9 una nuova societ\u00e0 n\u00e9 una nuova organizzazione.<\/p>\n<p>Alla fine, come ricordo anche nel libro, alcuni arrivarono persino a riproporre la necessit\u00e0 di una forma partito, pi\u00f9 o meno di tipo leninista: un evidente fallimento. Da allora, questa discussione \u00e8 proseguita per cinquant\u2019anni senza giungere a una soluzione definitiva.<\/p>\n<p>Ogni volta che un\u00a0<strong>movimento<\/strong>\u00a0tenta di darsi strutture solide, emergono le s<strong>tesse difficolt\u00e0<\/strong>. Penso, per esempio, a\u00a0<i>Podemos<\/i>: nasce da un movimento spontaneo e autonomo e cerca di trasformarsi in una forza di rappresentanza capace di confrontarsi con l\u2019intera societ\u00e0 e con il potere. Costruisce un partito che, inizialmente, si sviluppa dalla base verso il centro. Ma nel suo sviluppo viene progressivamente assorbito dalle regole della democrazia esistente, perde il legame con la base e finisce per perdere anche capacit\u00e0 contrattuale. Credo che questo sia uno degli esempi migliori per spiegare le difficolt\u00e0 attuali.<\/p>\n<p>Esistono molti movimenti, soprattutto in\u00a0<strong>Francia<\/strong>. Il movimento dei\u00a0<i>gilets jaunes<\/i>, per esempio, \u00e8 stato un\u2019esperienza importantissima, che ha persino messo in pericolo le istituzioni, tanto da essere represso in modo assolutamente feroce. Anche l\u00ec sono emerse con forza richieste di democrazia diretta.<\/p>\n<p>I movimenti continuano a nascere e a scomparire, e continueranno a farlo finch\u00e9 non verr\u00e0 risolto questo\u00a0<strong>iato tra la necessit\u00e0 del conflitto e l\u2019organizzazione del conflitto<\/strong>. Non posso darti una risposta definitiva: se l\u2019avessi, avrei gi\u00e0 scritto il nuovo libro teorico,\u00a0<i>Il che fare dell\u2019epoca attuale<\/i>. Posso per\u00f2 dirti che i tentativi continuano anche oggi.<\/p>\n<p>Personalmente sono impegnato nella costruzione di un coordinamento nazionale degli\u00a0<strong>ambulatori popolari<\/strong>: ero a Bologna l\u2019altro giorno, e il lavoro prosegue. C\u2019\u00e8 questo tentativo di costruire e solidificare radici nel territorio, e questo mi sembra fondamentale. In questo senso, i\u00a0<strong>collettivi politici veneti<\/strong>\u00a0erano riusciti meglio di altre esperienze dell\u2019autonomia: avevano saputo costruire basi reali nel territorio.<\/p>\n<p>Oggi si tratta di fare qualcosa di simile: formare un\u00a0<strong>nuovo soggetto politico all\u2019interno di una societ\u00e0 profondamente frammentata<\/strong>\u00a0dalla nuova divisione del lavoro, coordinando queste realt\u00e0 a partire da obiettivi comuni. Non so se ci riusciremo, ma questa \u00e8 la strada. La forma resta quella della democrazia diretta; ci\u00f2 che ancora manca \u00e8 capire come questa democrazia diretta possa tradursi in forme di centralizzazione, e quindi in una reale capacit\u00e0 di forza e di contrattazione.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Maurizio Galeazzo<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Nel libro parli anche dell\u2019<strong>uso della violenza<\/strong>\u00a0all\u2019interno delle lotte sociali. Puoi sviluppare questo tuo pensiero anche alla luce dei fatti pi\u00f9 recenti, pensando per esempio a quanto accaduto a Torino il 31 gennaio?<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Gianfranco Pancino<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Ho sempre inteso l\u2019uso della violenza come uno\u00a0<strong>strumento<\/strong>. Il discorso sulla violenza non pu\u00f2 essere isolato nei termini semplicistici di \u201cviolenza s\u00ec\u201d o \u201cviolenza no\u201d, anche perch\u00e9 viviamo all\u2019interno di un sistema profondamente violento. La violenza attraversa tutti i rapporti sociali: non riguarda solo il rapporto tra Stato e individuo, la coercizione o la polizia, ma anche i rapporti di lavoro, quelli di studio, persino quelli familiari. Le femministe ce lo hanno insegnato chiaramente: viviamo in una societ\u00e0 in cui la violenza \u00e8 quotidiana.<\/p>\n<p>Questa violenza, per\u00f2, \u00e8 in larga parte\u00a0<strong>monopolio dello Stato<\/strong>\u00a0ed \u00e8 strutturale al nostro modello sociale.\u00a0<\/p>\n<p>Per questo parlare di violenza in astratto non ha senso. Ha invece senso interrogarsi sul perch\u00e9 e sul quando la violenza possa essere utile. A mio parere, il discorso va circoscritto alla sua necessit\u00e0, al contesto storico e anche all\u2019occasione concreta.\u00a0<\/p>\n<h5><span style=\"color: #800080;\">La violenza \u00e8 utile quando permette di raggiungere degli obiettivi, quando consente di rimuovere ostacoli reali rispetto a un obiettivo praticabile.<\/span><\/h5>\n<p>Un esempio che cito spesso, e che trovo molto efficace, \u00e8 quello degli\u00a0<strong>operai dell\u2019Alfa Romeo\u00a0<\/strong>che smontavano i binari per impedire l\u2019uscita dei treni carichi di merci. Perch\u00e9 farlo? Perch\u00e9 i picchetti non reggevano pi\u00f9, venivano sfondati, e si trov\u00f2 quindi una forma di sabotaggio efficace. Un altro esempio, sempre a Milano, riguarda un ciclo di lotte in cui l\u2019autonomia operaia e gli operai dell\u2019Alfa Romeo si trovarono non solo di fronte la polizia, ma anche i quadri del PCI. In quel momento caddero due tralicci, venne tolta la corrente e la fabbrica si ferm\u00f2. Questa \u00e8 violenza \u201cutile\u201d, perch\u00e9 permette di raggiungere un obiettivo concreto. Non a caso, dopo lo sbullonamento dei binari, la vertenza si concluse con una vittoria operaia.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 su cui, gi\u00e0 all\u2019epoca dell\u2019autonomia, non eravamo d\u2019accordo era invece la\u00a0<strong>violenza ideologica<\/strong>, come quella dell\u2019\u201cattacco al cuore dello Stato\u201d praticato dalle Brigate Rosse. A nostro avviso si trattava di un errore gravissimo. Un simbolo pu\u00f2 essere abbattuto, ma viene ricostruito. Una persona pu\u00f2 essere uccisa \u2014 salvo forse casi eccezionali come Hitler \u2014 ma viene sostituita. Colpire figure di mediazione per acuire lo scontro, come nel caso dell\u2019uccisione del giudice Alessandrini, \u00e8 stato, a mio parere, un errore storico enorme.<\/p>\n<p>Esistono poi le esplosioni di violenza, pi\u00f9 o meno organizzate, che vanno comunque valutate caso per caso. Nel caso dei\u00a0<i>gilets jaunes\u00a0<\/i>in Francia, ad esempio, si \u00e8 trattato di una violenza di massa, condivisa dall\u2019insieme del movimento, e in questo senso legittimata e comprensibile.\u00a0<\/p>\n<p>A Torino, invece, non credo sia stato cos\u00ec. L\u00ec si sono riproposti vecchi schemi che continuano a riemergere. A mio avviso, a Torino c\u2019era stata una vittoria enorme del movimento che sta nascendo in Italia: sono state portate in piazza decine di migliaia di persone \u2014 venti, trenta, quarantamila \u2014 attorno a obiettivi giusti e concreti. In quel contesto, era davvero il caso di creare una situazione di scontro, offrendo ancora una volta armi al governo e alle destre per accelerare l\u2019approvazione del decreto sicurezza? Io credo di no.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Giuseppe Cutr\u00ec<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Nel libro affronti anche il tema della\u00a0<strong>neutralit\u00e0 della scienza<\/strong>. Hai raccontato che, una volta uscito dall\u2019universit\u00e0, avevi un forte desiderio di fare ricerca e che poi sei riuscito a realizzarlo. Tuttavia, essendo sempre stato un combattente sociale e politico, avevi certamente gi\u00e0 chiara la consapevolezza della non neutralit\u00e0 della scienza. Come hai vissuto, quindi, l\u2019ingresso nel mondo della ricerca? Anche quando le finalit\u00e0 possono apparire condivisibili, sappiamo bene che i finanziamenti e gli indirizzi della ricerca sono spesso determinati da poteri che non sono certo guidati dai ricercatori. Come hai attraversato questa contraddizione?<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Gianfranco Pancino<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">In realt\u00e0 questa consapevolezza l\u2019ho maturata soprattutto attraverso il lavoro collettivo. Nel 1969 avevamo formato il Comitato di base di Medicina, composto da studenti di medicina. Eravamo in contatto con alcuni medici-docenti dell\u2019Istituto di Medicina del Lavoro, che ci misero al corrente \u2014 e con i quali discutemmo a lungo \u2014 di una convenzione esistente tra la Montedison, il petrolchimico di Porto Marghera, e lo stesso Istituto di Medicina del Lavoro, che forniva medici all\u2019azienda per indagare sulle condizioni di lavoro.\u00a0<\/p>\n<p>Era chiaramente una situazione abnorme: un istituto pubblico che si metteva al servizio di un\u2019iniziativa privata, per di pi\u00f9 proprio mentre stavano nascendo le lotte contro la nocivit\u00e0 nei luoghi di lavoro. Insieme producemmo un libretto, che chiamammo Il libretto verde, che fu probabilmente uno dei primi documenti, almeno dal basso, a denunciare apertamente il mito della neutralit\u00e0 della scienza. E devo dire che ebbe un certo successo: il primo risultato concreto fu la\u00a0<strong>rottura della convenzione con la Montedison<\/strong>. Questo ebbe un ruolo importante anche nello sviluppo delle lotte al petrolchimico contro la nocivit\u00e0.<\/p>\n<p>Come vedi, quindi, non si \u00e8 trattato di una presa di coscienza puramente intellettuale: sono letteralmente<strong>\u00a0entrato dentro quella contraddizione<\/strong>, nella sua forma pi\u00f9 evidente.<\/p>\n<p>Naturalmente, questa contraddizione ha orizzonti molto pi\u00f9 ampi, soprattutto quando si guarda alle scelte strategiche della scienza. Penso, per esempio, alla medicina: le malattie che non riguardano direttamente i Paesi occidentali vengono sistematicamente trascurate rispetto ad altre. Oppure alla tendenza, affermatasi con forza negli ultimi vent\u2019anni, a limitare la\u00a0<strong>ricerca fondamentale a favore dello sviluppo tecnologico<\/strong>. \u00c8 una dinamica molto significativa, che rende ancora pi\u00f9 evidente il problema della neutralit\u00e0 della scienza, perch\u00e9 le scelte tecnologiche sono strettamente legate allo sviluppo del capitale.<\/p>\n<p>Infine, credo che oggi siamo di fronte a un ulteriore cambiamento. Ho scritto recentemente un articolo su\u00a0<i>Ahida<\/i>\u00a0intitolato\u00a0<i>Politica contro scienza<\/i>. Con il ritorno di<strong>\u00a0Trump<\/strong>\u00a0alla presidenza degli Stati Uniti, a mio parere,\u00a0<strong>il capitale ha assunto direttamente la direzione politica<\/strong>. Una delle conseguenze \u00e8 un attacco esplicito al sapere: la tecnologia viene utilizzata \u2014 e infatti le big tech appoggiano apertamente Trump \u2014 ma la conoscenza viene colpita. L\u2019universit\u00e0, il sapere critico, vengono attaccati frontalmente.<\/p>\n<p>Credo che questa rappresenti una fase nuova, diversa, che va oltre il dibattito sulla neutralit\u00e0 della scienza: qui siamo di fronte a un\u00a0<strong>vero e proprio attacco alla conoscenza<\/strong>.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Giuseppe Cutr\u00ec<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Una curiosit\u00e0: sono andato a guardare nell\u2019archivio del Senato e ho trovato del materiale che ti riguarda, di cui hai gi\u00e0 parlato anche in altre interviste: accuse come quella di essere un partecipante alle BR, e cose simili. Quello che mi chiedo \u00e8 questo: quando ci si mette \u201cin guerra\u201d, diciamo, con una controparte come il capitale, e si arriva a fare non solo azioni contro le cose, ma anche contro le persone, non ci si aspetta che a un certo punto non ci siano pi\u00f9 regole, che il garantismo salti? Forse uno dei nostri errori \u00e8 stato aspettarci un certo garantismo dalle leggi, che poi \u00e8 stato evidentemente spazzato via. All\u2019epoca ci si pensava a queste cose, oppure no?<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Gianfranco Pancino<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Hai ragione. Uno degli elementi di autocritica \u00e8 sicuramente quello di avere\u00a0<strong>sottovalutato la potenza dello Stato<\/strong>. Da una parte vedevamo la debolezza delle istituzioni italiane \u2014 che non sono certo lo Stato francese \u2014 e questo ci ha portato a credere di poter costruire un progetto rivoluzionario, di poter gettare le basi di quello che allora chiamavamo \u201ccontropotere\u201d, non dico impunemente, ma comunque con margini pi\u00f9 ampi di quanto poi si sia rivelato possibile.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #800080;\">La storia ci ha insegnato una cosa fondamentale: le frontiere della legalit\u00e0 si spostano in funzione dei rapporti di forza e dei rapporti di potere.\u00a0<\/span><\/h5>\n<p>Noi pensavamo che, attraverso la nostra forza e soprattutto attraverso una forza di massa che stava diventando enorme \u2014 con centinaia di migliaia di persone in piazza \u2014 saremmo riusciti a spostare quei rapporti a nostro favore, e quindi a rendere possibile la costruzione di un\u2019organizzazione e di un progetto rivoluzionario. Una costruzione che, peraltro, non siamo riusciti davvero a fare.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 ci siamo sbagliati. L\u2019<strong>Italia<\/strong>\u00a0era \u2014 ed \u00e8 \u2014 un\u00a0<strong>punto strategico<\/strong>\u00a0di primissima importanza per il capitale e per gli Stati Uniti. Era evidente, quindi, che non avrebbero mai potuto permettere che un\u2019iniziativa di quel tipo prendesse corpo. Di conseguenza siamo stati, nei fatti, schiacciati anche militarmente.<\/p>\n<p>Rispetto al tema degli attentati contro le persone, va fatta una precisazione: quello che dici ci riguarda solo parzialmente. Nel senso che, almeno nella gran parte dell\u2019esperienza dell\u2019autonomia, l\u2019omicidio politico veniva rifiutato.<\/p>\n<p>Aggiungo poi una cosa, molto rapidamente, perch\u00e9 mi viene spontaneo collegarla a ci\u00f2 che sta succedendo negli ultimi 12-24 mesi:\u00a0<strong>l\u2019intelligenza artificiale<\/strong>. Io penso che condizioner\u00e0 in modo esponenziale \u2014 e con una velocit\u00e0 enorme \u2014 tutto ci\u00f2 che riguarda il controllo sociale e la concentrazione del potere. E ho l\u2019impressione che ci sia ancora una carenza di analisi su \u201cche fare\u201d.<\/p>\n<p>Noi abbiamo parlato di un\u2019epoca in cui esisteva davvero la possibilit\u00e0 di una rivoluzione, e in cui forse lo Stato non aveva ancora strumenti pienamente adeguati per bloccare immediatamente i movimenti. Ma oggi?<\/p>\n<p>Una volta mi hanno chiesto: \u201cSecondo te l\u2019intelligenza artificiale si pu\u00f2 sviluppare? Come si svilupper\u00e0?\u201d. Io ho risposto: l\u2019intelligenza artificiale \u00e8. C\u2019\u00e8, ed \u00e8 il futuro. Quindi bisogna capire come porsi di fronte a questa realt\u00e0, soprattutto perch\u00e9 oggi \u00e8 nelle mani di una minoranza piccolissima che la dirige.\u00a0<\/p>\n<p>Il problema \u00e8 gravissimo. La speranza che molti di noi avevano all\u2019inizio, quando si \u00e8 sviluppato il web, era che potesse servire alla diffusione della conoscenza, alla circolazione delle idee, alla discussione. In realt\u00e0, quello che \u00e8 successo \u00e8 che si \u00e8 imposto un modello diverso: commercializzazione, produzione e imposizione di \u201cverit\u00e0\u201d politiche, controllo. E l\u2019intelligenza artificiale render\u00e0 tutto questo ancora pi\u00f9 potente: lo porter\u00e0 avanti in modo esponenziale, esponenziale.<\/p>\n<p>Per questo credo che la riflessione debba essere molto pi\u00f9 profonda: capire se e come sia possibile contrapporsi a questa tendenza; per esempio, se pu\u00f2 nascere una forma di movimento \u201chacker\u201d capace di intervenire, modificare, rompere questi dispositivi.<\/p>\n<p>Vi invito, tra l\u2019altro, a leggere un saggio molto bello di\u00a0<strong>Giorgio Griziotti<\/strong>\u00a0che abbiamo pubblicato recentemente su\u00a0<i>Ahida<\/i>: secondo me offre davvero una serie di indicazioni importanti.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Antonio Pio Lancellotti<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Negli ultimi anni sono usciti moltissimi libri sugli anni Sessanta e Settanta e, a mio avviso, questo risponde anche a un\u2019esigenza della produzione intellettuale contemporanea di tornare a riflettere su quella fase storica. Tra questi mi ha colpito in particolare il libro di\u00a0<strong>Hardt<\/strong>,\u00a0<i>I settanta sovversivi<\/i>, perch\u00e9, rispetto ad altri, legge quella stagione all\u2019interno di un periodo lungo. Parla di una\u00a0<strong>frattura<\/strong>\u00a0e insiste molto sul fatto che, a partire dagli anni Settanta, si formi una specifica soggettivit\u00e0 sovversiva che poi riesce, pur in forme diverse, a mantenersi nel tempo e nello spazio. Alla luce di quanto dicevi prima, soprattutto rispetto alle forme organizzative, quali sono secondo te gli elementi di continuit\u00e0 e quali invece le rotture che si producono dagli anni Ottanta in poi?<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Gianfranco Pancino<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Hai perfettamente ragione: bisogna<strong>\u00a0ragionare sui periodi lunghi<\/strong>. In una mia poesia ho scritto che \u00e8 solo la storia che permette davvero di interpretare e comprendere l\u2019individuo; purtroppo, la vita dell\u2019individuo \u00e8 troppo breve per riuscirci pienamente.<\/p>\n<p>A mio parere, s\u00ec,\u00a0<strong>c\u2019\u00e8 stata una cesura<\/strong>. Una cesura che non coincide soltanto con quella che definirei la nostra sconfitta militare \u2014 uso volutamente questo termine perch\u00e9 non credo sia stata una sconfitta delle nostre idee. Non si tratta solo del\u00a0<strong>1979<\/strong>, con la repressione globale e la cancellazione dell\u2019autonomia operaia, che ha prodotto migliaia di arresti, persone uccise ed esiliate.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 stata successivamente una ripresa con il\u00a0<strong>movimento altermondialista<\/strong>, che per\u00f2 \u00e8 stato a sua volta represso in modo feroce nel\u00a0<strong>2001 a Genova<\/strong>. Da l\u00ec, secondo me, si \u00e8 aperta una vera e propria cesura. Una cesura che non \u00e8 stata colmata dall\u2019esperienza dei centri sociali: esperienze senza dubbio diffuse e importanti, ma che, a mio avviso, non hanno inciso in modo significativo sulla situazione complessiva.<\/p>\n<p>Quella cesura, in realt\u00e0, \u00e8 stata riempita da altro: dal\u00a0<i>berlusconismo<\/i>, cio\u00e8 da un processo di appiattimento e di cancellazione della nostra storia. Come dicevi tu, da almeno dieci anni \u2014 probabilmente anche di pi\u00f9 \u2014 stanno per\u00f2 uscendo molti libri che cercano di ricostruire quella stagione. Molti lo fanno in chiave storica; io, nel mio libro, ho cercato invece di ricostruire anche il clima, l\u2019entusiasmo, le passioni che ci animavano.<\/p>\n<p>Quello che sto notando, anche nel corso delle presentazioni del libro, \u00e8 che\u00a0<strong>le idee non sono state sconfitte<\/strong>. Abbiamo gettato dei semi che oggi stanno germogliando in moltissimi contesti. Penso, per esempio, alle idee sulla democrazia diretta; penso ai rapporti sociali; penso al femminismo, che non solo non \u00e8 morto, ma continua a vivere e ad assumere nuove forme e nuove dimensioni.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #800080;\">Questi semi, dunque, stanno tornando a germogliare. Ritrovo molte delle nostre idee che riprendono vita.<\/span><\/h5>\n<p>Ci\u00f2 che invece non pu\u00f2 tornare \u00e8 la riproduzione delle nostre esperienze cos\u00ec come sono state. Qui \u00e8 necessario inventare altro: altre forme di lotta, altre forme di rappresentanza, perch\u00e9 la societ\u00e0 \u00e8 cambiata radicalmente. In questo senso, io dico che il filo si \u00e8 spezzato.\u00a0<\/p>\n<p>Una volta, in una presentazione, ho parlato di \u201cacque carsiche\u201d: un corso che \u00e8 sceso in profondit\u00e0 e che oggi sta lentamente riemergendo. Ma questo filo che riemerge \u00e8 soprattutto un filo di idee. Sul piano dell\u2019organizzazione, invece, occorre inventare tutto da capo: nuove forme organizzative, nuove pratiche di lotta. Su questo terreno, nulla pu\u00f2 essere semplicemente ripreso; tutto deve essere ripensato e costruito di nuovo.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Antonio Pio Lancellotti<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">Vorrei tornare sulla questione della neutralit\u00e0 della scienza e, in particolare, sull\u2019idea di scienza democratica, e ancora pi\u00f9 nello specifico sull\u2019idea di\u00a0<strong>medicina democratica<\/strong>. \u00c8 un concetto nobile, che viene da lontano, ma che dopo la frattura del Covid ha assunto una valenza politica nuova. Su questo mi piacerebbe soffermarmi e sviluppare meglio il discorso.<\/p>\n<h5><span style=\"color: #ff0000;\">Gianfranco Pancino<\/span><\/h5>\n<p class=\"dropcap\">S\u00ec, i\u00a0<strong>limiti della medicina democratica<\/strong>, come dici tu, si sono visti chiaramente durante la\u00a0<strong>pandemia<\/strong>. In quel contesto sono emersi con forza i suoi aspetti repressivi e, di fatto, l\u2019epidemia \u00e8 stata anche un laboratorio per il potere, un\u2019occasione per sperimentare nuove forme di coercizione.<\/p>\n<p>Anche se io ero favorevole al vaccino \u2014 anzi, lavoravo direttamente in quell\u2019ambito, quindi mi sarebbe stato difficile essere contrario \u2014 e dunque non mi riconoscevo affatto nelle posizioni no vax, \u00e8 evidente che il potere abbia utilizzato la pandemia per osservare come funziona una situazione di emergenza. \u00c8 stato introdotto e normalizzato il concetto stesso di emergenza come forma di governo della societ\u00e0, facendolo passare come inevitabile e necessario.<\/p>\n<p>In questo senso,\u00a0<strong>la pandemia ha messo in luce i limiti della medicina democratica<\/strong>\u00a0intesa come movimento che cerca di contrattare con le istituzioni per migliorare le condizioni della sanit\u00e0 e della salute. Quando il rapporto resta solo su questo piano, il rischio \u00e8 che la logica dell\u2019emergenza e del controllo prevalga completamente.<\/p>\n<p>Proprio per questo trovo estremamente importante \u2014 ed \u00e8 il motivo per cui me ne occupo molto da circa un anno \u2014 l\u2019<strong>esperienza degli ambulatori popolari<\/strong>\u00a0gratuiti. Gli ambulatori popolari riportano la salute dentro le contraddizioni sociali, dentro le condizioni materiali della vita delle persone. Cercano di costruire consenso politico e organizzazione politica a partire dai bisogni reali, e soprattutto ricompongono il terreno della lotta per la salute con quello del salario, della casa, delle condizioni di vita complessive.<\/p>\n<p>Oggi queste esperienze sono ancora piccole, marginali, apparentemente di scarsa importanza. Ma \u00e8 da l\u00ec, a mio avviso, che bisogna ripartire per reimpostare il discorso. La contrattazione con il Servizio Sanitario Nazionale non pu\u00f2 essere solo una richiesta tecnica o riformista: deve diventare un conflitto, una capacit\u00e0 di riportare la necessit\u00e0 della salute dalla base verso le istituzioni, in termini apertamente conflittuali. Solo cos\u00ec la salute pu\u00f2 tornare a essere un terreno politico centrale, e non semplicemente una funzione amministrata dall\u2019alto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gianfranco Pancino\u00a0attraversa tre vite che, nel suo racconto, diventano un\u2019unica traiettoria: la\u00a0militanza politica\u00a0negli anni delle lotte operaie e dell\u2019Autonomia, l\u2019esilio\u00a0\u2014 vissuto come frattura dolorosa ma anche come apertura a culture e sguardi altri \u2014 e infine la\u00a0ricerca scientifica, fino all\u2019ingresso negli studi sull\u2019HIV\/AIDS e alle questioni della salute globale. Un percorso segnato da una domanda costante di giustizia e da un amore ostinato per la conoscenza, che torna anche nelle riflessioni sulla non neutralit\u00e0 della scienza, sui limiti della \u201cmedicina democratica\u201d emersi durante la pandemia e sulla necessit\u00e0 di radicare nel territorio nuove pratiche di conflitto e cura, come gli ambulatori popolari&#8230;.<\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":1620,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"neve_meta_sidebar":"","neve_meta_container":"","neve_meta_enable_content_width":"","neve_meta_content_width":0,"neve_meta_title_alignment":"","neve_meta_author_avatar":"","neve_post_elements_order":"","neve_meta_disable_header":"","neve_meta_disable_footer":"","neve_meta_disable_title":"","_themeisle_gutenberg_block_has_review":false,"footnotes":""},"categories":[225],"tags":[231,227,235,233,229],"class_list":["post-1597","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-interviste","tag-anni-70","tag-autonomia","tag-intelligenza-artificiale","tag-medicina","tag-storia"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1597","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=1597"}],"version-history":[{"count":22,"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1597\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":1694,"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/1597\/revisions\/1694"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/media\/1620"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=1597"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=1597"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.openmemory.it\/openmemory\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=1597"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}